giovedì 29 novembre 2012
Pagine sperse lungo il Cammino III
Prologo 2008
Eccomi qua, alla volta nuovamente di Santiago.
Di nuovo in cammino. Perché la meta è il viaggio.
Negli ultimi due giorni prima di partire sono stata sopraffatta dall’emozione perché, a differenza del 2004, ora sapevo a cosa andavo incontro, sapevo che cosa significa fare il Cammino, percepivo le emozioni che sarebbero arrivate nei giorni a venire.
Ora sono seduta qui, nella piazzetta di Fromista a godermi questo venticello serale, il sole che scende pigramente dietro la chiesa romanica di San Martín, la più antica chiesa in stile romanico della penisola iberica.
Riconosco questa Spagna dai ritmi lenti, fatta di pueblos di pietra, con le volte ombrose a offrire riparo per la siesta di qualche vecchio del posto che osserva il passaggio dei viandanti, peregrini in terra di Spagna.
Sono felice di essere qui, sono felice di essere tornata, l’ho capito mentre percorrevo in treno la distanza che separa Santander dalla Meseta. Guardavo i mille fotogrammi dei splendidi paesaggi che mi scorrevano veloci sotto agli occhi; la terra di Cantabria, nuova per me, terra così verde e opulenta in contrasto evidente con questa gialla e arida Meseta che si perde, allo sguardo, nell’infinito.
Questa mattina sono volata da Roma a Santander, conoscendo e condividendo il volo con Anna, da Frosinone, che inizierà il cammino probabilmente a Ponferrada. È bello condividere un’emozione così intensa; Anna ancora non la percepisce, essendo per lei la prima volta qui, ma c’è già anche in lei, deve solo uscire fuori. Il Cammino è un’esperienza unica che si divide fra gli hospitaleros che accolgono e vedono passare migliaia di pellegrini e i peregrinos che vanno avanti, sempre avanti verso ovest. Arrivate a Santader Anna e io ci siamo separate: buen camino hermana e alla prossima.
Stranamente l’emozione svanisce una volta scesa alla stazione di Fromista. Respiro subito l’aria particolare di qui e quando, lungo la strada che porta all’Albergue del paese, vedo tre zaini e dei bordón appoggiati a un muro mi sento finalmente a casa. Forse mi può capire solo chi ha percorso questo cammino o forse no, ma l’appartenenza all’umanità, in senso universale, qui si percepisce tutta.
A volte vorrei che la vita fosse fatta solo di questo e cioè di zaini, albergue, calles e pueblos, cieli azzurri, campi di grano, lunghe distanze da percorrere a piedi, boschi, prati, vento e oceano.
Mi piace pensare di essere sospesa in questo interminabile istante, a sua volta sospeso nel tempo dove non esiste nulla, se non la meta del prossimo giorno e i saluti, gli ultreya, i suseya, gli sguardi accoglienti e amici degli altri peregrinos come te. La vita, in realtà, è tutta qui: abbiamo tutti un comune destino e, guarda caso, “destino” in spagnolo significa “arrivo”, “destinazione” o anche “meta”. Che significa, da un punto di vista umano, essere sereni e in pace con se stessi e con tutto ciò che ci circonda a prescindere dalle circostanze esterne. Lungo il Cammino per Santiago ci riescono miracolosamente quasi tutti, sarebbe bello che ci riuscisse tutto il mondo. Kosen rufu passa anche di qui.
Già, io sono buddista: potrebbe sembrare una contraddizione questa, essendo il cammino nato come pellegrinaggio cristiano cattolico. Ma così non è. Il cammino è un’allegoria e sta a simboleggiare il percorso che ciascuno di noi compie per conoscere se stesso. Ed è solo per questo motivo che all’inizio ho scritto che “la meta è il viaggio”. E al di là della fede religiosa (o anche in assenza di fede) il valore universale della dignità della persona e della vita trascende ogni forma religiosa e culturale. Il cammino è tutto qui, nella ricerca del nucleo profondo di se stessi, anche se si parte per un semplice viaggio a tappe, senza alcuna valenza, dopo qualche giorno ci si scopre a percorrere la strada che porta a questo nucleo centrale del Sè, quella sorgente incontaminata che scorre dentro di noi e che a volte dimentichiamo o non percepiamo di avere.
È così e sono davvero felice di essere di nuovo qui.
domenica 25 novembre 2012
Pagine sperse lungo il cammino II
San Juan de Ortega, don Juan e i Monti dell’Oca
Le giornate finora sono state caratterizzate da un elemento predominante su tutti: il vento. Un vento teso, costante, freddo. Soffia sempre da ovest- nordovest, almeno così mi sembra, e a volte rende faticoso camminare, in quanto il Cammino procede in direzione ovest; questo signifca avere sempre il vento contro.
Sono a San Juan de Ortega un paesetto di una cinquantina di anime sperduto fra i Montes de Oca, a 26 chilometri da Burgos che raggiungerò domani. A San Juan c’è una bella chiesa romanica, ampliata nel XV secolo dalla regina Isabella la Cattolica, pellegrina sulla Rotta delle Stelle per una questione certamente femminile, ma che in realtà era soprattutto una faccenda di stato: non riuscendo a dare al re il sospirato erede, partì alla volta di Santiago per ottenere una sorta di grazia. Alla regina, donna evidentemente molto devota, non servì aspettare di arrivare fino alla tomba dell’apostolo Giacomo, perché, pare, qui avvenne il “miracolo”. Per ringraziare, e non badando a spese, la Regina fece ingrandire la chiesa dell’XI secolo, arricchendola di elementi gotici e consegnando a noi quello che è l’attuale complesso architettonico di San Juan.
In questi luoghi si ritrova la propria dimensione umana, tutto scorre scandito da ritmi lenti e tranquilli, qui, a parte il passaggio dei pellegrini, non c’è nulla che possa alterare la vita locale. Solo il vento agita l’aria di San Juan, gli alberi davanti all’albergue armonizzano dei suoni meravigliosi. Sono pioppi e il loro fogliame mosso dal vento diventa la musica di sottofondo di questo luogo. L’albergue si trova all’interno dell’antico monastero di San Juan, risalente al XII secolo e che si trova a ridosso della chiesa; è gestito da due anziani, un uomo e una donna, che emanano la stessa tranquillità e pace di questi luoghi.
Sono felice di essermi messa in cammino, anche se faticoso, anche se sola, anche se alcuni pensieri non mi vogliono lasciare in pace. Quanto si pensa in giornate come questa: c’è tutto il tempo per farlo. C’è il tempo per riempirsi la testa e il tempo per svuotarla, come scrivevo giorni fa; dipende dalla fatica, dipende dal Cammino.
Oggi, ad esempio, il Cammino mi ha permesso di scavare dentro di me, dato che si camminava prevalentemente fra i monti. Abbiamo toccato solo un paio di paesi, molto piccoli, all’inizio della tappa. Poi, a Villafranca de Montes de Oca il cammino ha deviato a destra e da lì è iniziata la salita fino a San Juan.
La parte finale corre lungo un infinito altopiano in mezzo a boschi, infiniti anch’essi, di querce e pini. Fra questi monti, durante la Guerra Civile spagnola, ebbero luogo degli aspri combattimenti fra le truppe dei Republicanos, fedeli al governo repubblicano e quelle dei Nacionales che appoggiavano il generale Francisco Franco. Proprio qui correva il confine fra le provincie già occupate dai franchisti e quelle ancora sotto l’influenza repubblicana. E prima ancora, in tempi antichi, i Montes de Oca rappresentavano la parte più pericolosa dell'intero Cammino, perché questi boschi erano infestati da briganti pronti a derubare e anche ad uccidere i peregrini che passavano di qui.
Cammino silenziosa e assorta, penso a come la natura copra presto gli orrori umani e se non fosse per qualche sporadico cippo nessuno saprebbe cosa è successo su questo altopiano, appena 70 anni fa.
Il vento mi accompagna sempre, ed è una fortuna, altrimenti il caldo di questo sole a picco, renderebbe davvero duro il cammino. Nonostante ciò è stato davvero impegnativo affrontare quei 12 chilometri finali, a formare un unico infinito rettilineo in mezzo alla pineta. Impegnativo da un punto di vista psicologico più che fisico: senza avere alcun punto di riferimento, alcuna variazione, sembrava di non progredire, di ritornare sempre al medesimo luogo. Dodici chilometri significa poco meno di tre ore di cammino, senza vedere niente altro che pini e cielo e un sentiero perfettamente lineare davanti a te, che si perde, così, fino e oltre l’orizzonte.
In queste condizioni ho sentito il peso della solitudine, e, lontana da tutti, ho pensato alle solite cose. Evidentemente il problema sono io, forse sono troppo rigida e dura verso me stessa. L’ho percepito nettamente oggi questo nodo, al centro della mia esistenza più profonda, camminando sempre in tondo, fra i Montes de Oca; così almeno mi sembrava.
Forse è questa mia durezza, questa scorza che ha fatto allontanare persone a cui tenevo.
Che cosa posso fare? È questo il mio pensiero costaste oggi, torno sempre a questa domanda, per ore e ore, mentre avanzo in questa natura di Castilla così bella, ma che nemmeno riesco a percepire.
Giornata dura oggi, mi fermo a bere qualcosa, appoggio lo zaino su una pietra e mi siedo. È questo dunque il Cammino? Si svolge su questi due piani? Uno orizzontale, esterno a noi, che arriva a Santiago e uno verticale che scende dentro di noi? Vorrei scappare via da me in questo istante, troppe ore con se stessi ci mette di fronte a cose di noi a volte non piacevoli e ciò che ho scoperto oggi non mi piace. Mi si induriscono talmente i muscoli che mi sembra di avere le gambe di granito. Devo alzarmi, non so quanto manca, non ho cartine, non ho la più pallida idea di dove sono rispetto alla meta di oggi. Deliberatamente ho voluto partire per questa “avventura” senza informarmi sul percorso, se non a grandi linee. Quindi posso regolarmi solo in base alle ore di cammino. Da Belorado, da dove son partita stamattina alle 7, ho camminato già 5 ore quindi dovrebbe mancare solo un’ora a San Juan. Non è che mi conforti molto questa rivelazione, un’altra ora in mezzo a questa pineta è angoscia pura per me, oggi.
Sto forse crollando psicologicamente? Ho letto che il cammino può fare questo, più che minare il fisico. No, no, non deve succedere, devo andare avanti, voglio arrivare a Santiago. Stringo i denti, anche se le gambe da granitiche sono diventate improvvisamente di burro. Mi guardo attorno e non vedo anima viva, da una parte all’altra dell’orizzonte ci sono solo io e i pini e la terra color ocra e sopra un cielo blu pervinca. A farmi compagnia solo il vento, il mio zaino e il mio bastone, il bordón. Sento una pesantezza tremenda, cosa può fare la testa, lo capisco solo ora. Dopo centinaia di chilometri già percorsi, le mie gambe vanno che è un piacere in questi giorni, non sento la minima fatica; ma oggi no, oggi è la testa a comandare e mi fa sentire stanca e legnosa.
Procedo così, come un reduce dal fronte russo, per non so quanti chilometri, spero sempre di veder cambiare l’orizzonte davanti e invece niente. Per non scoraggiarmi, decido a questo punto di guardarmi solo le punte degli scarponcini, o al massimo un metro più avanti, ma sempre con lo sguardo puntato verso terra. Da questo momento cammino senza alzare più la testa fino a quando improvvisamente mi ritrovo fuori dalla pineta, in un grande pianoro.
Alzo gli occhi, non ci credo, sono arrivata. Mi fermo, guardo quel campanile di pietra, a circa un chilometro da me, e se guardo ancora meglio scorgo dei tetti, sempre di pietra, sparsi qua e là in mezzo agli alberi che li circondano. Deve essere San Juan quello, anzi, è sicuramente San Juan.
Mi sento carica di nuove energie, le gambe ricominciano a macinare la strada con leggerezza, il cuore gonfio di felicità, nemmeno mi volto indietro a guardare quella pineta infinita. Ne porterò il ricordo per tutta la vita, posso starne certa.
L’arrivo qui, è quanto di più ameno possa desiderare. Una piccola piazzetta, prima di quella più ampia della chiesa, con una grande vasca in pietra, un abbeveratoio per il bestiame, ora utilizzata come fontana. Non ci penso un attimo, tolgo scarponi e calzini e mi immergo fino alle coscie dentro a quell’acqua così fredda e limpida. Rinasco, in questo preciso momento sto rinascendo.
Per 5 ore non ho trovato niente, né acqua, né essere umano, né case. Solo i miei fantasmi. Qui in questa fontana vecchia di non so quanti secoli decido di abbandonarli e rinasco a nuova vita.
Ora sono qui a scrivere su una panchina al sole, sole che va e che viene fra una nuvola e l’altra. Sono bianchissime queste nuvole, mosse veloci dal vento incessante: prendono continuamente una forma diversa e resto non so nemmeno io quanto tempo col muso per aria, a guardarle. Assomigliano a ciuffi di ovatta sospesi nel cielo limpido. Giornate secche queste sull’altipiano castillano, senza la minima traccia di quell’umidità pirenaica terribile. Che posti stupendi sto attraversando, posti che resteranno indelebili nella mia memoria.
Sto seduta all’unico bar del paese, davanti a me una cerveza, si chiama Cruzcampo: buona, fresca e amara come piace a me. Anche una birra diventa un lusso in questi posti sperduti, e quando ne trovi una, poi sul tavolo diventato due, tre, quattro…
San Juan, 20 case in tutto, fra cui un albergue de peregrinos, una chiesa e ovviamente un bar. Ora, penso che molti di voi siano dei maniaci lettori delle etichette come lo sono io, quindi sapete cosa sto per fare: prendo in mano la bottiglia e mi metto a studiare l’etichetta nei minimi dettagli, scopro così che la tanto apprezzata birra Cruzcampo è prodotta in Andalusia dalla Heineken España. Azz! Niente è più autentico a questo mondo. Delusa ma non troppo, chi se ne frega la birra è buona ugualmente, guardo l’orologio e vedo che sono le 16.20 e non so che cavolo fare. Avrei potuto continuare fino al paese successivo a 6 chilometri da qui (un’altra oretta e mezza a piedi), ma questo posto è talmente bello che non me la son sentita di continuare avanti.
Mentre sono seduta al tavolo del bar si fermano i tre ragazzi portoghesi con cui avevo diviso la camera nella mia prima notte, quella di Saint Jean, all’inizio del cammino. Loro sono in bici e, avendomi vista, si fermano per salutarmi. Si siedono al mio tavolo e beviamo qualcosa assieme (una discreta serie di Cruzcampo, ovviamente). Restiamo a chiacchierare per una mezz’oretta, poi loro prendono le bici e ripartono: andranno dritti a Burgos, avanti di 26 chilomentri, dove dormiranno. Non li rivedrò più. Il cammino è anche fatto di questi distacchi. Ciao ragazzi, buen Camino!
Continuo nell’ozio pomeridiano e mi metto a osservare i cani di San Juan: sono del tutto diversi dai bastardini che girano da noi. Qui sono quasi tutti incroci con cani da caccia. Ce ne sono almeno cinque o sei e tutti brutti, ma veramente brutti, spellacchiati, magri e sporchi. Ma hanno una stupenda caratteristica comune: sono docili, affettuosi, tranquilli (pure i cani! Deve essere proprio l’aria del posto) e soprattutto non abbaiano. Mi soffermo su un incrocio fra uno spinone e un setter e chissà quale altra razza che si aggira quieto fra noi pellegrini, si guarda attorno e sembra trovarsi perfettamente a suo agio fra noi, che a guardarmi bene in giro, me compresa, non abbiamo un aspetto migliore rispetto a lui.
Socchiudo gli occhi e me la rido fra me e me. Ah, dolce ozio.
Considerando che ho già visitato la chiesa, l’unica cosa da vedere qui attorno, non mi resta che vegetare in attesa che venga l’ora della cena.
Alla fine ho assistito alla messa ebbene sì, per godere a pieno di questa atmosfera, come un fatto ineluttabile del luogo, scoprendo così che l’omino che mi ha registrata oggi all’ostello è il prete e la donna, la sorella.
Una figura incredibile: piccolo, magrissimo, ma con uno sguardo così profondo da scavarti dentro l’anima. Età indefinibile, io azzardo un’ottantina d’anni, ma potrei sbagliare in eccesso o in difetto di almeno dieci anni. Scopro anche che qui le messe durano poco, sì e no 20-25 minuti. Nemmeno la predica, ma a che serve la predica in questi posti? Che ogni cosa è perfettamente sintonizzata e in armonia con l’Universo?
Dopo la messa e dopo la chiacchierata voluta da don Juan (così ho deciso di chiamarlo) con noi pellegrini, ci trasferiamo nel refettorio del monastero e don Juan ci offre la sua cena, famosa in tutto il cammino: la Sopa de Ajo.
Una tavolata lunga, per tutti coloro che desiderano cenare; quasi tutti spagnoli, io l’unica straniera che però non sembra. Serata breve, ma bellissima: osservo don Juan parlare seduto poco più in là: che strano, oggi appena arrivata, obnubilata dalla stanchezza lo avevo scambiato per un vecchietto rinsecchito, come un albero colpito da un fulmine, perfettamente mimetizzato con le pietre grigie delle case e invece questa sera lo vedo in tutta la sua luce. I suoi occhi, di un nero profondo, guardano oltre a qualsiasi cosa e mi accorgo che non riesco a staccare lo sguardo dal suo. L’atmosfera è bella, si mangia in allegria, io faccio un po’ fatica a seguire i discorsi perché tutti parlano un castellano molto veloce e ogni tanto mi guardano e sorridono: evidentemente devo avere un’espressione adeguata al loro riso. Ma io sto bene e mi diverto, anche se capisco una parola su quattro. Quel che basta.
Poi, finito di cenare io e alcune ragazze spagnole laviamo i piatti e i bicchieri di metallo smaltato, mentre gli altri puliscono il resto.
Esco nella piazzetta, verso le nove di sera, e finalmente vedo sopra di me la via Lattea che non casualmente corre da est ad ovest, come il cammino, guidando fin dai tempi antichi le rotte degli uomini. E per questo il cammino è anche conosciuto come la Rotta delle Stelle.
Resto in silenzio a naso in su, seduta per terra, a guardar le stelle; che silenzio, che pace e che notte luminosa.
Penso all’energia che scorre in questo posto, tutti l’avvertono, è una cosa magnetica che non ti fa andare via e ricordo così le poche parole che don Juan ci ha dedicato alla fine della messa: in questo posto, nel 1200 esisteva già il monastero, lo stesso dove questa notte dormirò, e qui si fermò a dormire anche San Francesco, pellegrino a Santiago. In questo istante sento che esiste davvero il “genius loci”, lo sento scorrere sulla mia pelle e lo avverto anche in ogni cosa che mi circonda ed è una sensazione che non potrò mai descrivere con nessuna parola al mondo.
Domani arriverò Burgos, la prima grande città del cammino. Anche per questo cerco di incamerare quanto più possibile di questo posto, so che ne avrò bisogno, domani, quando sarò di nuovo in mezzo al traffico e al cemento.
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Nota: Questi appunti si riferiscono al primo cammino che feci nel 2004
Sono ritornata a San Juan nel 2010, durante il mio terzo cammino. Don Juan che ho scoperto chiamarsi don José, con i suoi splendidi occhi neri, se n’è andato da tempo e con lui la Sopa de ajo, tutti i suoi racconti e la sua storia; l’albergue ora è gestito da un’associazione che lo sta facendo andare in decadenza.
Una tristezza infinita.
Per questo i ricordi di allora acquistano, per me, un valore ancora più prezioso.
venerdì 23 novembre 2012
Pagine sperse lungo il cammino I
Prologo
Sono sul trenino che da Bayonne porta a Saint Jean Pied de Port, il tempo non è dei migliori, ma l’umore sì.
Il treno corre lento addentrandosi nel cuore dei Pirenei Atlantici, salendo e sbuffando come un vecchio mulo; e io guardo fuori dal finestrino un po’ distratta. Dopo 23 ore di viaggio sto arrivando.
Non so cosa mi aspetta, ma avverto tutta l'eccitazione dei giorni che sto per andare a vivere.
Roncisvalle e Rolando
Eccomi nel luogo dove avvenne la (controversa) battaglia di Roncisvalle, in cui perse la vita Rolando. Luogo pieno di storia che parla da ogni pietra di questo antico borgo.
La prima tappa del Cammino è stata molto dura. Partire alle 8 del mattino da St. Jean senza sapere a cosa andare incontro (e soprattutto da che parte andare) è stato come fare un salto nel buio.
La giornata è di un caldo-umido pazzesco, indescrivibile se non lo si prova. Dopo pochi minuti i pantaloni lunghi, unica scelta infelice di questa tappa, sono un tutt'uno con la mia pelle e il mio sudore.
Si comincia subito con una ripida salita. Si sale, si suda, si sfiata, si pensa. E poi si ricomincia: si sale, si suda, si sfiata, si pensa. Così passeranno le prossime otto ore, in cui i pensieri andranno e verranno liberi da ogni fatica, almeno loro, sotto il peso dello zaino che, per quanto alleggerito dalle varie rinunce dell’ultima ora, non pesa meno di 13 kg. Lui, per un mese, diventerà, volente o nolente, il mio compagno di viaggio assieme al mio "bordón" (il bastone in legno), compagni a cui parlerò spesso nelle lunghe ore di cammino solitario, momenti di apparente follia che accompagnano da sempre il pellegrino sulla Rotta delle Stelle.
Sulle prime rampe appena fuori St. Jean incontro Giovanni e Giovanni, due ragazzi di Milano destinati a diventare i miei primi compagni di viaggio in questo cammino. Poche parole scambiate a fatica, gli zaini pesano e il nostro fiato ancora di più su questo tratto molto ripido; uniamo volentieri i nostri passi. A parte noi, qui intorno non c’è nessuno.
Dopo neanche un paio d'ore di cammino i Pirenei Atlantici ci presentano il conto: ci si muove in una fittissima nebbia che rende insignificante ciò che ci circonda, insignificante capire dove siamo. L’unica cosa che davvero conta qui, e lo si scopre quasi subito inutile negarlo, sono i propri pensieri: la necessità di riempire e svuotare la testa in base alla fatica che si sente salendo.
Passo De Bentarte, quota 1.344: ho già percorso parecchi chilometri e fatto 1.100 metri di dislivello da St. Jean; mi accoglie un forte vento, la nebbia fitta come sempre e finalmente (l’aspettavo, guardando le nubi sempre più plumbee) la pioggia; e questa è pioggia pirenaica.
Conoscete? No? Allora non potete capire cosa significhi rischiare di affogare al solo gesto di respirare. Ma almeno non si sale più così ripidamente.
La pioggia aumenta, arrivo alla fontana di Rolando, appena dentro al confine spagnolo in terra di Navarra, con il diluvio: freddo, vento, nebbia e acqua ovunque. Acqua che scende dal cielo, acqua che scende a rivoli lungo il sentiero, acqua che mi scende dalla testa ai piedi. Intorno nessuno, nemmeno i due Giovanni che ho lasciato indietro, non so nemmeno quando, da qualche parte. Sono sola e fradicia fino al midollo, un puntino che cammina in mezzo ai Pirenei Atlantici… ma, incredibilmente, sorrido. “In fin dei conti” penso, “il Cammino rappresenta la vita e come nella vita non si può tornare indietro: una forza propulsiva e invisibile ci spinge a procedere in avanti, ponendoci ad ogni passo, per non soccombere alla fatica e alla paura, un nuovo obiettivo; come nella vita lungo il cammino incontriamo molte persone, ma a differenza della vita lungo il cammino siamo tutti umanamente uguali”. Sorrido mentre penso a queste cose, sorrido e stringo i denti sotto il peso dello zaino che comincia a farmi male sulle spalle. La pioggia mi entra dappertutto, complice anche questo vento che non smette di soffiare. "Ah Giove Pluvio, adesso so chi veramente sei" è il pensiero con cui riprendo a camminare, dopo essermi fermata a bere alla fontana d Rolando.
Ogni tanto mi guardo attorno, la nebbia va e viene lasciandomi intravedere a tratti uno splendido scenario fuori dal tempo; qua e là ci sono greggi di pecore bianche e nere, sparse anche loro come noi pellegrini in mezzo a questi, ora che li vedo lo posso dire, meravigliosi Pirenei Atlantici. Smette anche di piovere. Ne approfitto per mangiare e bere qualcosa, dopo molte ore di cammino. Nel frattempo mi raggiungono anche i due Giovanni che si fermano con me.
Riposiamo un po’, la schiena appoggiata agli zaini, su questi prati verdi di erba pascolata, simile a un tappeto di velour. È piacevole anche il contatto del sole sulla pelle, infreddolita da tante ore di pioggia e vento.
In quel momento, abbandonata a questi benevoli pensieri, apro gli occhi e vedo in alto due puntini neri che volteggiano a spirale intorno a noi. Avevo letto da qualche parte della possibilità di questo incontro: sono avvoltoi che stanno quassù in attesa che qualche pecora passi a miglior vita per concedersi un lauto pranzo. Non hanno fretta, magari pensano che anche noi quaggiù possiamo offrire loro un buon pasto alternativo.
La loro vista mi ricorda la caducità, se non della vita, almeno della giornata, quelle nuvole laggiù non promettono niente di buono e voglio approfittare di questo squarcio di sereno per raggiungere Passo De Lepoeder lontano ancora un’ora di cammino.
Da questo momento in poi con i due Giovanni si procede ad elastico, incontrandoci e lasciandoci più volte, ma oramai, per me, sono due fraterni amici. Si continua a salire per boschi e prati e poi magredi, non piove più, ora c’è solo vento e sole.
Ecco Col De Lepoeder, il punto più in alto di questa prima tappa, 1.430 m slm, 1.200 metri di dislivello da St.Jean, dopo quasi 7 ore di cammino e 25 chilometri percorsi. Le gambe ormai procedono da sole, sono come un automa e non penso più a niente. Improvvisamente non si sale più: alzo gli occhi, il sentiero si appiattisce, ho valicato i Pirenei. Mi fermo, la vista che ho davanti è quanto di più bello potessi immaginare a Saint Jean: un’infinita distesa di boschi e colline degradanti a perdita d’occhio, il cielo azzurro e incastonata, bianca come una perla nel verde smeraldo degli alberi, laggiù in fondo alla vallata, la grande Abbazia di Roncesvalles.
Mi accorgo solo ora che sto piangendo, è un pianto forse di commozione, certamente liberatorio: ho camminato per ore da sola, in mezzo a una natura grandiosa, nella nebbia, nel vento e nella pioggia. I nervi sempre tesi, in una terra completamente sconosciuta. Ma ora è fatta, ho valicato i Pirenei; non devo più salire, solo scendere.
Scendere, a dir la verità, un po' spaventa, dopo che si è saliti per 7 ore. Incrocio per l’ennesima volta i due Giovanni, ci si saluta stancamente, ma è un saluto sincero, diverso dai saluti di città. Siamo spogli, abbiamo le nostre anime sulle ginocchia e ancora molti chilometri, da qui a Santiago, davanti ai nostri occhi. Qui non si può barare, assolutamente no. Sorrido nuovamente e penso che tutti dovrebbero fare una volta nella vita questo cammino, molti capirebbero la futilità e l’effimero di molte cose. Qui ad esempio il denaro è un bene relativo: dormire costa al massimo 7 euro, in alcuni Albergue de Peregrinos il pernottamento, così come il pasto, è “donativo”, cioè ad offerta, e sicuramente i soldi non aiutano a sopportare meglio la fatica, il caldo e il freddo, nemmeno la solitudine che accompagna il pellegrino.
La discesa fino a Roncisvalle è ancora più massacrante della salita: ripida e spesso su un terreno sconnesso e infido, mette a dura prova le gambe ormai distrutte, ginocchia e caviglie urlano il loro “basta” e le piante dei piedi sono un nervo di dolore. Non sento più alcun pensiero, ho solo il “chiodo fisso” di arrivare quanto prima a impossessarmi di una branda su cui buttare il mio sacco a pelo e stendere finalmente questo corpo che oramai è tutto un dolore.
Di nuovo la nebbia, ancora più fitta di quella incontrata sul versante francese, poco sopra l’Abbazia e un vento incessante: mi fermo un attimo presso l'Alto de Ibaneta, il luogo in cui, secondo la tradizione, trovò la morte Rolando.
La fine di Rolando travalica la leggenda e fermarsi qui è davvero particolare: sarà la nebbia, sarà il vento, ma qualcosa si “respira” nell’aria.
La storia vuole che vi sia stata l’imboscata da parte dei briganti Baschi che popolavano queste vallate e che Rolando, a cui l'imperatore aveva affidato il bottino di guerra, sia stato massacrato assieme a tutta la retroguardia di Carlo Magno. La leggenda, poi, lo ha voluto trasformare in un eroe della cristianità, sostituendo i briganti Baschi con i Saraceni.
Il racconto, narrato nella Chanson de Roland, è indubbiamente affascinante: Carlo Magno fu trattenuto, con l’inganno di una sfida a scacchi, a Valcarlos in terra francese, pochi chilometri più a nord di Roncisvalle, assieme al grosso delle truppe, mentre il Paladino Rolando con una piccola guarnigione di soldati risaliva la valle per riunirsi a lui. In questo luogo, dove ora io mi trovo, avvenne l’imboscata da parte dell'esercito Saraceno e si narra che Rolando, ferito a morte, suonò fino allo sfinimento l’Olifante, il suo Corno magico, per richiamare l’attenzione dell’Imperatore, che al fine giunse per accogliere fra le sue braccia il Paladino da lui più amato, ormai morente.
Mi raccolgo per pochi minuti in una specie di preghiera davanti alla stele di pietra che ricorda questo evento. Non sono né cattolica, né cristiana, ma sento la storia di questo uomo divenuto, suo malgrado, paladino della cristianità, come la storia di tanti uomini che hanno combattuto e perso.
Persa nei miei pensieri, la nebbia si fa più fitta mentre comincia a calare il buio; devo sbrigarmi per non perdere gli ultimi minuti di luce.
Arrivo all’Abbazia in un lampo. Le mura di pietra, così spesse da incutermi timore e senso di protezione al tempo stesso, mi accolgono silenziose, come silenziosa e stranamente immobile è l’aria intorno a questo luogo.
Il resto è prassi quotidiana del Cammino. Vado dritta all’officina de peregrinos, presento la credencial che mi hanno consegnato a Saint Jean Pied de Port (l’unico “documento” che contraddistingue il pellegrino), un cartoncino pieghevole in cui oltre al proprio nome e cognome, nazionalità e luogo di inizio del Cammino c’è lo spazio per i timbri posti dagli hospitaleros dei vari albergue, dove via via si pernotterà lungo i 750 chilometri del cammino; e che attesteranno, una volta arrivati a Santiago, l’avvenuto pellegrinaggio. Naturalmente, solo con la credencial si può dormire negli Albergue de Peregrinos e ottenere, per chi lo desidera, alla fine del Camino de Santiago, la Compostela.
L'Albergue di Roncesvalles è molto bello, in stile gotico con il soffitto a volte, antico come l’abbazia e piacevolmente silenzioso. Questa sera saremo in pochi a dormire qui, che in altri momenti dell'anno mi dicono essere pieno zeppo, e per questo mi sento davvero privilegiata.
All'albergue ritrovo anche i due Giovanni, con i quali mi reco, allegramente stanca, alla mia prima cena da peregrina.
E domani il cammino continua.
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