San Juan de Ortega, don Juan e i Monti dell’Oca
Le giornate finora sono state caratterizzate da un elemento predominante su tutti: il vento. Un vento teso, costante, freddo. Soffia sempre da ovest- nordovest, almeno così mi sembra, e a volte rende faticoso camminare, in quanto il Cammino procede in direzione ovest; questo signifca avere sempre il vento contro.
Sono a San Juan de Ortega un paesetto di una cinquantina di anime sperduto fra i Montes de Oca, a 26 chilometri da Burgos che raggiungerò domani. A San Juan c’è una bella chiesa romanica, ampliata nel XV secolo dalla regina Isabella la Cattolica, pellegrina sulla Rotta delle Stelle per una questione certamente femminile, ma che in realtà era soprattutto una faccenda di stato: non riuscendo a dare al re il sospirato erede, partì alla volta di Santiago per ottenere una sorta di grazia. Alla regina, donna evidentemente molto devota, non servì aspettare di arrivare fino alla tomba dell’apostolo Giacomo, perché, pare, qui avvenne il “miracolo”. Per ringraziare, e non badando a spese, la Regina fece ingrandire la chiesa dell’XI secolo, arricchendola di elementi gotici e consegnando a noi quello che è l’attuale complesso architettonico di San Juan.
In questi luoghi si ritrova la propria dimensione umana, tutto scorre scandito da ritmi lenti e tranquilli, qui, a parte il passaggio dei pellegrini, non c’è nulla che possa alterare la vita locale. Solo il vento agita l’aria di San Juan, gli alberi davanti all’albergue armonizzano dei suoni meravigliosi. Sono pioppi e il loro fogliame mosso dal vento diventa la musica di sottofondo di questo luogo. L’albergue si trova all’interno dell’antico monastero di San Juan, risalente al XII secolo e che si trova a ridosso della chiesa; è gestito da due anziani, un uomo e una donna, che emanano la stessa tranquillità e pace di questi luoghi.
Sono felice di essermi messa in cammino, anche se faticoso, anche se sola, anche se alcuni pensieri non mi vogliono lasciare in pace. Quanto si pensa in giornate come questa: c’è tutto il tempo per farlo. C’è il tempo per riempirsi la testa e il tempo per svuotarla, come scrivevo giorni fa; dipende dalla fatica, dipende dal Cammino.
Oggi, ad esempio, il Cammino mi ha permesso di scavare dentro di me, dato che si camminava prevalentemente fra i monti. Abbiamo toccato solo un paio di paesi, molto piccoli, all’inizio della tappa. Poi, a Villafranca de Montes de Oca il cammino ha deviato a destra e da lì è iniziata la salita fino a San Juan.
La parte finale corre lungo un infinito altopiano in mezzo a boschi, infiniti anch’essi, di querce e pini. Fra questi monti, durante la Guerra Civile spagnola, ebbero luogo degli aspri combattimenti fra le truppe dei Republicanos, fedeli al governo repubblicano e quelle dei Nacionales che appoggiavano il generale Francisco Franco. Proprio qui correva il confine fra le provincie già occupate dai franchisti e quelle ancora sotto l’influenza repubblicana. E prima ancora, in tempi antichi, i Montes de Oca rappresentavano la parte più pericolosa dell'intero Cammino, perché questi boschi erano infestati da briganti pronti a derubare e anche ad uccidere i peregrini che passavano di qui.
Cammino silenziosa e assorta, penso a come la natura copra presto gli orrori umani e se non fosse per qualche sporadico cippo nessuno saprebbe cosa è successo su questo altopiano, appena 70 anni fa.
Il vento mi accompagna sempre, ed è una fortuna, altrimenti il caldo di questo sole a picco, renderebbe davvero duro il cammino. Nonostante ciò è stato davvero impegnativo affrontare quei 12 chilometri finali, a formare un unico infinito rettilineo in mezzo alla pineta. Impegnativo da un punto di vista psicologico più che fisico: senza avere alcun punto di riferimento, alcuna variazione, sembrava di non progredire, di ritornare sempre al medesimo luogo. Dodici chilometri significa poco meno di tre ore di cammino, senza vedere niente altro che pini e cielo e un sentiero perfettamente lineare davanti a te, che si perde, così, fino e oltre l’orizzonte.
In queste condizioni ho sentito il peso della solitudine, e, lontana da tutti, ho pensato alle solite cose. Evidentemente il problema sono io, forse sono troppo rigida e dura verso me stessa. L’ho percepito nettamente oggi questo nodo, al centro della mia esistenza più profonda, camminando sempre in tondo, fra i Montes de Oca; così almeno mi sembrava.
Forse è questa mia durezza, questa scorza che ha fatto allontanare persone a cui tenevo.
Che cosa posso fare? È questo il mio pensiero costaste oggi, torno sempre a questa domanda, per ore e ore, mentre avanzo in questa natura di Castilla così bella, ma che nemmeno riesco a percepire.
Giornata dura oggi, mi fermo a bere qualcosa, appoggio lo zaino su una pietra e mi siedo. È questo dunque il Cammino? Si svolge su questi due piani? Uno orizzontale, esterno a noi, che arriva a Santiago e uno verticale che scende dentro di noi? Vorrei scappare via da me in questo istante, troppe ore con se stessi ci mette di fronte a cose di noi a volte non piacevoli e ciò che ho scoperto oggi non mi piace. Mi si induriscono talmente i muscoli che mi sembra di avere le gambe di granito. Devo alzarmi, non so quanto manca, non ho cartine, non ho la più pallida idea di dove sono rispetto alla meta di oggi. Deliberatamente ho voluto partire per questa “avventura” senza informarmi sul percorso, se non a grandi linee. Quindi posso regolarmi solo in base alle ore di cammino. Da Belorado, da dove son partita stamattina alle 7, ho camminato già 5 ore quindi dovrebbe mancare solo un’ora a San Juan. Non è che mi conforti molto questa rivelazione, un’altra ora in mezzo a questa pineta è angoscia pura per me, oggi.
Sto forse crollando psicologicamente? Ho letto che il cammino può fare questo, più che minare il fisico. No, no, non deve succedere, devo andare avanti, voglio arrivare a Santiago. Stringo i denti, anche se le gambe da granitiche sono diventate improvvisamente di burro. Mi guardo attorno e non vedo anima viva, da una parte all’altra dell’orizzonte ci sono solo io e i pini e la terra color ocra e sopra un cielo blu pervinca. A farmi compagnia solo il vento, il mio zaino e il mio bastone, il bordón. Sento una pesantezza tremenda, cosa può fare la testa, lo capisco solo ora. Dopo centinaia di chilometri già percorsi, le mie gambe vanno che è un piacere in questi giorni, non sento la minima fatica; ma oggi no, oggi è la testa a comandare e mi fa sentire stanca e legnosa.
Procedo così, come un reduce dal fronte russo, per non so quanti chilometri, spero sempre di veder cambiare l’orizzonte davanti e invece niente. Per non scoraggiarmi, decido a questo punto di guardarmi solo le punte degli scarponcini, o al massimo un metro più avanti, ma sempre con lo sguardo puntato verso terra. Da questo momento cammino senza alzare più la testa fino a quando improvvisamente mi ritrovo fuori dalla pineta, in un grande pianoro.
Alzo gli occhi, non ci credo, sono arrivata. Mi fermo, guardo quel campanile di pietra, a circa un chilometro da me, e se guardo ancora meglio scorgo dei tetti, sempre di pietra, sparsi qua e là in mezzo agli alberi che li circondano. Deve essere San Juan quello, anzi, è sicuramente San Juan.
Mi sento carica di nuove energie, le gambe ricominciano a macinare la strada con leggerezza, il cuore gonfio di felicità, nemmeno mi volto indietro a guardare quella pineta infinita. Ne porterò il ricordo per tutta la vita, posso starne certa.
L’arrivo qui, è quanto di più ameno possa desiderare. Una piccola piazzetta, prima di quella più ampia della chiesa, con una grande vasca in pietra, un abbeveratoio per il bestiame, ora utilizzata come fontana. Non ci penso un attimo, tolgo scarponi e calzini e mi immergo fino alle coscie dentro a quell’acqua così fredda e limpida. Rinasco, in questo preciso momento sto rinascendo.
Per 5 ore non ho trovato niente, né acqua, né essere umano, né case. Solo i miei fantasmi. Qui in questa fontana vecchia di non so quanti secoli decido di abbandonarli e rinasco a nuova vita.
Ora sono qui a scrivere su una panchina al sole, sole che va e che viene fra una nuvola e l’altra. Sono bianchissime queste nuvole, mosse veloci dal vento incessante: prendono continuamente una forma diversa e resto non so nemmeno io quanto tempo col muso per aria, a guardarle. Assomigliano a ciuffi di ovatta sospesi nel cielo limpido. Giornate secche queste sull’altipiano castillano, senza la minima traccia di quell’umidità pirenaica terribile. Che posti stupendi sto attraversando, posti che resteranno indelebili nella mia memoria.
Sto seduta all’unico bar del paese, davanti a me una cerveza, si chiama Cruzcampo: buona, fresca e amara come piace a me. Anche una birra diventa un lusso in questi posti sperduti, e quando ne trovi una, poi sul tavolo diventato due, tre, quattro…
San Juan, 20 case in tutto, fra cui un albergue de peregrinos, una chiesa e ovviamente un bar. Ora, penso che molti di voi siano dei maniaci lettori delle etichette come lo sono io, quindi sapete cosa sto per fare: prendo in mano la bottiglia e mi metto a studiare l’etichetta nei minimi dettagli, scopro così che la tanto apprezzata birra Cruzcampo è prodotta in Andalusia dalla Heineken España. Azz! Niente è più autentico a questo mondo. Delusa ma non troppo, chi se ne frega la birra è buona ugualmente, guardo l’orologio e vedo che sono le 16.20 e non so che cavolo fare. Avrei potuto continuare fino al paese successivo a 6 chilometri da qui (un’altra oretta e mezza a piedi), ma questo posto è talmente bello che non me la son sentita di continuare avanti.
Mentre sono seduta al tavolo del bar si fermano i tre ragazzi portoghesi con cui avevo diviso la camera nella mia prima notte, quella di Saint Jean, all’inizio del cammino. Loro sono in bici e, avendomi vista, si fermano per salutarmi. Si siedono al mio tavolo e beviamo qualcosa assieme (una discreta serie di Cruzcampo, ovviamente). Restiamo a chiacchierare per una mezz’oretta, poi loro prendono le bici e ripartono: andranno dritti a Burgos, avanti di 26 chilomentri, dove dormiranno. Non li rivedrò più. Il cammino è anche fatto di questi distacchi. Ciao ragazzi, buen Camino!
Continuo nell’ozio pomeridiano e mi metto a osservare i cani di San Juan: sono del tutto diversi dai bastardini che girano da noi. Qui sono quasi tutti incroci con cani da caccia. Ce ne sono almeno cinque o sei e tutti brutti, ma veramente brutti, spellacchiati, magri e sporchi. Ma hanno una stupenda caratteristica comune: sono docili, affettuosi, tranquilli (pure i cani! Deve essere proprio l’aria del posto) e soprattutto non abbaiano. Mi soffermo su un incrocio fra uno spinone e un setter e chissà quale altra razza che si aggira quieto fra noi pellegrini, si guarda attorno e sembra trovarsi perfettamente a suo agio fra noi, che a guardarmi bene in giro, me compresa, non abbiamo un aspetto migliore rispetto a lui.
Socchiudo gli occhi e me la rido fra me e me. Ah, dolce ozio.
Considerando che ho già visitato la chiesa, l’unica cosa da vedere qui attorno, non mi resta che vegetare in attesa che venga l’ora della cena.
Alla fine ho assistito alla messa ebbene sì, per godere a pieno di questa atmosfera, come un fatto ineluttabile del luogo, scoprendo così che l’omino che mi ha registrata oggi all’ostello è il prete e la donna, la sorella.
Una figura incredibile: piccolo, magrissimo, ma con uno sguardo così profondo da scavarti dentro l’anima. Età indefinibile, io azzardo un’ottantina d’anni, ma potrei sbagliare in eccesso o in difetto di almeno dieci anni. Scopro anche che qui le messe durano poco, sì e no 20-25 minuti. Nemmeno la predica, ma a che serve la predica in questi posti? Che ogni cosa è perfettamente sintonizzata e in armonia con l’Universo?
Dopo la messa e dopo la chiacchierata voluta da don Juan (così ho deciso di chiamarlo) con noi pellegrini, ci trasferiamo nel refettorio del monastero e don Juan ci offre la sua cena, famosa in tutto il cammino: la Sopa de Ajo.
Una tavolata lunga, per tutti coloro che desiderano cenare; quasi tutti spagnoli, io l’unica straniera che però non sembra. Serata breve, ma bellissima: osservo don Juan parlare seduto poco più in là: che strano, oggi appena arrivata, obnubilata dalla stanchezza lo avevo scambiato per un vecchietto rinsecchito, come un albero colpito da un fulmine, perfettamente mimetizzato con le pietre grigie delle case e invece questa sera lo vedo in tutta la sua luce. I suoi occhi, di un nero profondo, guardano oltre a qualsiasi cosa e mi accorgo che non riesco a staccare lo sguardo dal suo. L’atmosfera è bella, si mangia in allegria, io faccio un po’ fatica a seguire i discorsi perché tutti parlano un castellano molto veloce e ogni tanto mi guardano e sorridono: evidentemente devo avere un’espressione adeguata al loro riso. Ma io sto bene e mi diverto, anche se capisco una parola su quattro. Quel che basta.
Poi, finito di cenare io e alcune ragazze spagnole laviamo i piatti e i bicchieri di metallo smaltato, mentre gli altri puliscono il resto.
Esco nella piazzetta, verso le nove di sera, e finalmente vedo sopra di me la via Lattea che non casualmente corre da est ad ovest, come il cammino, guidando fin dai tempi antichi le rotte degli uomini. E per questo il cammino è anche conosciuto come la Rotta delle Stelle.
Resto in silenzio a naso in su, seduta per terra, a guardar le stelle; che silenzio, che pace e che notte luminosa.
Penso all’energia che scorre in questo posto, tutti l’avvertono, è una cosa magnetica che non ti fa andare via e ricordo così le poche parole che don Juan ci ha dedicato alla fine della messa: in questo posto, nel 1200 esisteva già il monastero, lo stesso dove questa notte dormirò, e qui si fermò a dormire anche San Francesco, pellegrino a Santiago. In questo istante sento che esiste davvero il “genius loci”, lo sento scorrere sulla mia pelle e lo avverto anche in ogni cosa che mi circonda ed è una sensazione che non potrò mai descrivere con nessuna parola al mondo.
Domani arriverò Burgos, la prima grande città del cammino. Anche per questo cerco di incamerare quanto più possibile di questo posto, so che ne avrò bisogno, domani, quando sarò di nuovo in mezzo al traffico e al cemento.
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Nota: Questi appunti si riferiscono al primo cammino che feci nel 2004
Sono ritornata a San Juan nel 2010, durante il mio terzo cammino. Don Juan che ho scoperto chiamarsi don José, con i suoi splendidi occhi neri, se n’è andato da tempo e con lui la Sopa de ajo, tutti i suoi racconti e la sua storia; l’albergue ora è gestito da un’associazione che lo sta facendo andare in decadenza.
Una tristezza infinita.
Per questo i ricordi di allora acquistano, per me, un valore ancora più prezioso.
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