venerdì 23 novembre 2012

Pagine sperse lungo il cammino I


Prologo


Sono sul trenino che da Bayonne porta a Saint Jean Pied de Port, il tempo non è dei migliori, ma l’umore sì.
Il treno corre lento addentrandosi nel cuore dei Pirenei Atlantici, salendo e sbuffando come un vecchio mulo; e io guardo fuori dal finestrino un po’ distratta. Dopo 23 ore di viaggio sto arrivando.
Non so cosa mi aspetta, ma avverto tutta l'eccitazione dei giorni che sto per andare a vivere.




Roncisvalle e Rolando


Eccomi nel luogo dove avvenne la (controversa) battaglia di Roncisvalle, in cui perse la vita Rolando. Luogo pieno di storia che parla da ogni pietra di questo antico borgo.
La prima tappa del Cammino è stata molto dura. Partire alle 8 del mattino da St. Jean senza sapere a cosa andare incontro (e soprattutto da che parte andare) è stato come fare un salto nel buio.
La giornata è di un caldo-umido pazzesco, indescrivibile se non lo si prova. Dopo pochi minuti i pantaloni lunghi, unica scelta infelice di questa tappa, sono un tutt'uno con la mia pelle e il mio sudore.
Si comincia subito con una ripida salita. Si sale, si suda, si sfiata, si pensa. E poi si ricomincia: si sale, si suda, si sfiata, si pensa. Così passeranno le prossime otto ore, in cui i pensieri andranno e verranno liberi da ogni fatica, almeno loro, sotto il peso dello zaino che, per quanto alleggerito dalle varie rinunce dell’ultima ora, non pesa meno di 13 kg. Lui, per un mese, diventerà, volente o nolente, il mio compagno di viaggio assieme al mio "bordón" (il bastone in legno), compagni a cui parlerò spesso nelle lunghe ore di cammino solitario, momenti di apparente follia che accompagnano da sempre il pellegrino sulla Rotta delle Stelle.
Sulle prime rampe appena fuori St. Jean incontro Giovanni e Giovanni, due ragazzi di Milano destinati a diventare i miei primi compagni di viaggio in questo cammino. Poche parole scambiate a fatica, gli zaini pesano e il nostro fiato ancora di più su questo tratto molto ripido; uniamo volentieri i nostri passi. A parte noi, qui intorno non c’è nessuno.
Dopo neanche un paio d'ore di cammino i Pirenei Atlantici ci presentano il conto: ci si muove in una fittissima nebbia che rende insignificante ciò che ci circonda, insignificante capire dove siamo. L’unica cosa che davvero conta qui, e lo si scopre quasi subito inutile negarlo, sono i propri pensieri: la necessità di riempire e svuotare la testa in base alla fatica che si sente salendo.
Passo De Bentarte, quota 1.344: ho già percorso parecchi chilometri e fatto 1.100 metri di dislivello da St. Jean; mi accoglie un forte vento, la nebbia fitta come sempre e finalmente (l’aspettavo, guardando le nubi sempre più plumbee) la pioggia; e questa è pioggia pirenaica.
Conoscete? No? Allora non potete capire cosa significhi rischiare di affogare al solo gesto di respirare. Ma almeno non si sale più così ripidamente.
La pioggia aumenta, arrivo alla fontana di Rolando, appena dentro al confine spagnolo in terra di Navarra, con il diluvio: freddo, vento, nebbia e acqua ovunque. Acqua che scende dal cielo, acqua che scende a rivoli lungo il sentiero, acqua che mi scende dalla testa ai piedi. Intorno nessuno, nemmeno i due Giovanni che ho lasciato indietro, non so nemmeno quando, da qualche parte. Sono sola e fradicia fino al midollo, un puntino che cammina in mezzo ai Pirenei Atlantici… ma, incredibilmente, sorrido. “In fin dei conti” penso, “il Cammino rappresenta la vita e come nella vita non si può tornare indietro: una forza propulsiva e invisibile ci spinge a procedere in avanti, ponendoci ad ogni passo, per non soccombere alla fatica e alla paura, un nuovo obiettivo; come nella vita lungo il cammino incontriamo molte persone, ma a differenza della vita lungo il cammino siamo tutti umanamente uguali”. Sorrido mentre penso a queste cose, sorrido e stringo i denti sotto il peso dello zaino che comincia a farmi male sulle spalle. La pioggia mi entra dappertutto, complice anche questo vento che non smette di soffiare. "Ah Giove Pluvio, adesso so chi veramente sei" è il pensiero con cui riprendo a camminare, dopo essermi fermata a bere alla fontana d Rolando.
Ogni tanto mi guardo attorno, la nebbia va e viene lasciandomi intravedere a tratti uno splendido scenario fuori dal tempo; qua e là ci sono greggi di pecore bianche e nere, sparse anche loro come noi pellegrini in mezzo a questi, ora che li vedo lo posso dire, meravigliosi Pirenei Atlantici. Smette anche di piovere. Ne approfitto per mangiare e bere qualcosa, dopo molte ore di cammino. Nel frattempo mi raggiungono anche i due Giovanni che si fermano con me.
Riposiamo un po’, la schiena appoggiata agli zaini, su questi prati verdi di erba pascolata, simile a un tappeto di velour. È piacevole anche il contatto del sole sulla pelle, infreddolita da tante ore di pioggia e vento.
In quel momento, abbandonata a questi benevoli pensieri, apro gli occhi e vedo in alto due puntini neri che volteggiano a spirale intorno a noi. Avevo letto da qualche parte della possibilità di questo incontro: sono avvoltoi che stanno quassù in attesa che qualche pecora passi a miglior vita per concedersi un lauto pranzo. Non hanno fretta, magari pensano che anche noi quaggiù possiamo offrire loro un buon pasto alternativo.
La loro vista mi ricorda la caducità, se non della vita, almeno della giornata, quelle nuvole laggiù non promettono niente di buono e voglio approfittare di questo squarcio di sereno per raggiungere Passo De Lepoeder lontano ancora un’ora di cammino.
Da questo momento in poi con i due Giovanni si procede ad elastico, incontrandoci e lasciandoci più volte, ma oramai, per me, sono due fraterni amici. Si continua a salire per boschi e prati e poi magredi, non piove più, ora c’è solo vento e sole.
Ecco Col De Lepoeder, il punto più in alto di questa prima tappa, 1.430 m slm, 1.200 metri di dislivello da St.Jean, dopo quasi 7 ore di cammino e 25 chilometri percorsi. Le gambe ormai procedono da sole, sono come un automa e non penso più a niente. Improvvisamente non si sale più: alzo gli occhi, il sentiero si appiattisce, ho valicato i Pirenei. Mi fermo, la vista che ho davanti è quanto di più bello potessi immaginare a Saint Jean: un’infinita distesa di boschi e colline degradanti a perdita d’occhio, il cielo azzurro e incastonata, bianca come una perla nel verde smeraldo degli alberi, laggiù in fondo alla vallata, la grande Abbazia di Roncesvalles.
Mi accorgo solo ora che sto piangendo, è un pianto forse di commozione, certamente liberatorio: ho camminato per ore da sola, in mezzo a una natura grandiosa, nella nebbia, nel vento e nella pioggia. I nervi sempre tesi, in una terra completamente sconosciuta. Ma ora è fatta, ho valicato i Pirenei; non devo più salire, solo scendere.
Scendere, a dir la verità, un po' spaventa, dopo che si è saliti per 7 ore. Incrocio per l’ennesima volta i due Giovanni, ci si saluta stancamente, ma è un saluto sincero, diverso dai saluti di città. Siamo spogli, abbiamo le  nostre anime sulle ginocchia e ancora molti chilometri, da qui a Santiago, davanti ai nostri occhi. Qui non si può barare, assolutamente no. Sorrido nuovamente e penso che tutti dovrebbero fare una volta nella vita questo cammino, molti capirebbero la futilità e l’effimero di molte cose. Qui ad esempio il denaro è un bene relativo: dormire costa al massimo 7 euro, in alcuni Albergue de Peregrinos il pernottamento, così come il pasto, è “donativo”, cioè ad offerta, e sicuramente i soldi non aiutano a sopportare meglio la fatica, il caldo e il freddo, nemmeno la solitudine che accompagna il pellegrino.
La discesa fino a Roncisvalle è ancora più massacrante della salita: ripida e spesso su un terreno sconnesso e infido, mette a dura prova le gambe ormai distrutte, ginocchia e caviglie urlano il loro “basta” e le piante dei piedi sono un nervo di dolore. Non sento più alcun pensiero, ho solo il “chiodo fisso” di arrivare quanto prima a impossessarmi di una branda su cui buttare il mio sacco a pelo e stendere finalmente questo corpo che oramai è tutto un dolore.
Di nuovo la nebbia, ancora più fitta di quella incontrata sul versante francese, poco sopra l’Abbazia e un vento incessante: mi fermo un attimo presso l'Alto de Ibaneta, il luogo in cui, secondo la tradizione, trovò la morte Rolando.
La fine di Rolando travalica la leggenda e fermarsi qui è davvero particolare: sarà la nebbia, sarà il vento, ma qualcosa si “respira” nell’aria.
La storia vuole che vi sia stata l’imboscata da parte dei briganti Baschi che popolavano queste vallate e che Rolando, a cui l'imperatore aveva affidato il bottino di guerra, sia stato massacrato assieme a tutta la retroguardia di Carlo Magno. La leggenda, poi, lo ha voluto trasformare in un eroe della cristianità, sostituendo i briganti Baschi con i Saraceni.
Il racconto, narrato nella Chanson de Roland, è indubbiamente affascinante: Carlo Magno fu trattenuto, con l’inganno di una sfida a scacchi, a Valcarlos in terra francese, pochi chilometri più a nord di Roncisvalle, assieme al grosso delle truppe, mentre il Paladino Rolando con una piccola guarnigione di soldati risaliva la valle per riunirsi a lui. In questo luogo, dove ora io mi trovo, avvenne l’imboscata da parte dell'esercito Saraceno e si narra che Rolando, ferito a morte, suonò fino allo sfinimento l’Olifante, il suo Corno magico, per richiamare l’attenzione dell’Imperatore, che al fine giunse per accogliere fra le sue braccia il Paladino da lui più amato, ormai morente.
Mi raccolgo per pochi minuti in una specie di preghiera davanti alla stele di pietra che ricorda questo evento. Non sono né cattolica, né cristiana, ma sento la storia di questo uomo divenuto, suo malgrado, paladino della cristianità, come la storia di tanti uomini che hanno combattuto e perso.
Persa nei miei pensieri, la nebbia si fa più fitta mentre comincia a calare il buio; devo sbrigarmi per non perdere gli ultimi minuti di luce.
Arrivo all’Abbazia in un lampo. Le mura di pietra, così spesse da incutermi timore e senso di protezione al tempo stesso, mi accolgono silenziose, come silenziosa e stranamente immobile è l’aria intorno a questo luogo.

Il resto è prassi quotidiana del Cammino. Vado dritta all’officina de peregrinos, presento la credencial che mi hanno consegnato a Saint Jean Pied de Port (l’unico “documento” che contraddistingue il pellegrino), un cartoncino pieghevole in cui oltre al proprio nome e cognome, nazionalità e luogo di inizio del Cammino c’è lo spazio per i timbri posti dagli hospitaleros dei vari albergue, dove via via si pernotterà lungo i 750 chilometri del cammino; e che attesteranno, una volta arrivati a Santiago, l’avvenuto pellegrinaggio. Naturalmente, solo con la credencial si può dormire negli Albergue de Peregrinos e ottenere, per chi lo desidera, alla fine del Camino de Santiago, la Compostela.
L'Albergue di Roncesvalles è molto bello, in stile gotico con il soffitto a volte, antico come l’abbazia e piacevolmente silenzioso. Questa sera saremo in pochi a dormire qui, che in altri momenti dell'anno mi dicono essere pieno zeppo, e per questo mi sento davvero privilegiata.
All'albergue ritrovo anche i due Giovanni, con i quali mi reco, allegramente stanca, alla mia prima cena da peregrina.

E domani il cammino continua.





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