giovedì 29 novembre 2012
Pagine sperse lungo il Cammino III
Prologo 2008
Eccomi qua, alla volta nuovamente di Santiago.
Di nuovo in cammino. Perché la meta è il viaggio.
Negli ultimi due giorni prima di partire sono stata sopraffatta dall’emozione perché, a differenza del 2004, ora sapevo a cosa andavo incontro, sapevo che cosa significa fare il Cammino, percepivo le emozioni che sarebbero arrivate nei giorni a venire.
Ora sono seduta qui, nella piazzetta di Fromista a godermi questo venticello serale, il sole che scende pigramente dietro la chiesa romanica di San Martín, la più antica chiesa in stile romanico della penisola iberica.
Riconosco questa Spagna dai ritmi lenti, fatta di pueblos di pietra, con le volte ombrose a offrire riparo per la siesta di qualche vecchio del posto che osserva il passaggio dei viandanti, peregrini in terra di Spagna.
Sono felice di essere qui, sono felice di essere tornata, l’ho capito mentre percorrevo in treno la distanza che separa Santander dalla Meseta. Guardavo i mille fotogrammi dei splendidi paesaggi che mi scorrevano veloci sotto agli occhi; la terra di Cantabria, nuova per me, terra così verde e opulenta in contrasto evidente con questa gialla e arida Meseta che si perde, allo sguardo, nell’infinito.
Questa mattina sono volata da Roma a Santander, conoscendo e condividendo il volo con Anna, da Frosinone, che inizierà il cammino probabilmente a Ponferrada. È bello condividere un’emozione così intensa; Anna ancora non la percepisce, essendo per lei la prima volta qui, ma c’è già anche in lei, deve solo uscire fuori. Il Cammino è un’esperienza unica che si divide fra gli hospitaleros che accolgono e vedono passare migliaia di pellegrini e i peregrinos che vanno avanti, sempre avanti verso ovest. Arrivate a Santader Anna e io ci siamo separate: buen camino hermana e alla prossima.
Stranamente l’emozione svanisce una volta scesa alla stazione di Fromista. Respiro subito l’aria particolare di qui e quando, lungo la strada che porta all’Albergue del paese, vedo tre zaini e dei bordón appoggiati a un muro mi sento finalmente a casa. Forse mi può capire solo chi ha percorso questo cammino o forse no, ma l’appartenenza all’umanità, in senso universale, qui si percepisce tutta.
A volte vorrei che la vita fosse fatta solo di questo e cioè di zaini, albergue, calles e pueblos, cieli azzurri, campi di grano, lunghe distanze da percorrere a piedi, boschi, prati, vento e oceano.
Mi piace pensare di essere sospesa in questo interminabile istante, a sua volta sospeso nel tempo dove non esiste nulla, se non la meta del prossimo giorno e i saluti, gli ultreya, i suseya, gli sguardi accoglienti e amici degli altri peregrinos come te. La vita, in realtà, è tutta qui: abbiamo tutti un comune destino e, guarda caso, “destino” in spagnolo significa “arrivo”, “destinazione” o anche “meta”. Che significa, da un punto di vista umano, essere sereni e in pace con se stessi e con tutto ciò che ci circonda a prescindere dalle circostanze esterne. Lungo il Cammino per Santiago ci riescono miracolosamente quasi tutti, sarebbe bello che ci riuscisse tutto il mondo. Kosen rufu passa anche di qui.
Già, io sono buddista: potrebbe sembrare una contraddizione questa, essendo il cammino nato come pellegrinaggio cristiano cattolico. Ma così non è. Il cammino è un’allegoria e sta a simboleggiare il percorso che ciascuno di noi compie per conoscere se stesso. Ed è solo per questo motivo che all’inizio ho scritto che “la meta è il viaggio”. E al di là della fede religiosa (o anche in assenza di fede) il valore universale della dignità della persona e della vita trascende ogni forma religiosa e culturale. Il cammino è tutto qui, nella ricerca del nucleo profondo di se stessi, anche se si parte per un semplice viaggio a tappe, senza alcuna valenza, dopo qualche giorno ci si scopre a percorrere la strada che porta a questo nucleo centrale del Sè, quella sorgente incontaminata che scorre dentro di noi e che a volte dimentichiamo o non percepiamo di avere.
È così e sono davvero felice di essere di nuovo qui.
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